Manifesto

1. Che cos’è e che cosa può essere la neuroetica

La neuroetica è un campo disciplinare ancora fluido, dai confini elastici, situato alla convergenza di alcune scienze speciali, dall’apparato epistemologico concettualmente ben strutturato, con la filosofia e in particolare con l’etica (e all’interno di questa sia con la metaetica sia con l’etica normativa). Allo stato attuale la si può probabilmente definire, in termini kuhniani, una disciplina ancora pre-paradigmatica, ovvero priva di quella strutturazione all’interno della quale si svolge un lavoro di ricerca codificato dalla comunità degli studiosi, tuttavia in rapida fase di organizzazione, sia per quanto riguarda i temi che ne fanno parte sia per quanto riguarda il metodo condiviso di indagine.

Il carattere “interdisciplinare” di questa nuova “disciplina” la rende uno spazio di intersezione tra vari campi del sapere – dalle neuroscienze alla psicologia, dalla filosofia della mente alla genetica molecolare e alla teoria dell’evoluzione – tale da rendere la neuroetica naturalmente destinata ad integrarsi in modo proficuo con un altro settore interdisciplinare in forte evoluzione, quello delle scienze cognitive.

La neuroetica può essere ritenuta una disciplina principalmente legata alla chiarificazione concettuale e a un certo orientamento pratico-normativo (come la bioetica, ad esempio), traendo dall’esterno i dati empirici su cui lavorare. Tuttavia, essa può avere anche l’ambizione di muoversi direttamente sul terreno sperimentale, rinunciando comunque, almeno in parte, all’avalutatività tipica delle scienze “dure”. Da una parte vi sono, infatti, ricerche di neuroetica condotte in laboratorio sulle basi cerebrali del ragionamento morale, frutto di collaborazione tra filosofi e neuroscienziati; dall’altra, le riflessioni etiche sulle acquisizioni delle neuroscienze che si collocano nella più generale ripresa dell’etica normativa nel nuovo millennio.

Adina Roskies ha proposto una partizione, presto affermatasi, che pone da un lato l'”etica delle neuroscienze” e dall’altro le “neuroscienze dell’etica” (Roskies, 2002). La dicotomia coglie aspetti diversi e complementari. L'”etica delle neuroscienze” riguarda la riflessione sulle applicazioni controverse delle neuroscienze stesse (come visto sopra), mentre le “neuroscienze dell’etica” hanno al loro centro la riflessione metaetica, ovvero quella che si concentra sul ragionamento morale a partire dalla sue basi cerebrali. Un’impostazione sostanzialmente condivisa da Martha Farah (2005), con la divisione tra gli aspetti “pratici” e gli aspetti “filosofici” legati al progresso delle conoscenze neuroscientifiche.

Il terreno specifico della neuroetica ` ancora in cerca di una definizione precisa dei suoi confini. Questi ultimi dovrebbero attenere alla riflessione circa ciò che apprendiamo su noi stessi e il nostro “funzionamento” grazie principalmente (ma non esclusivamente) alle neuroscienze. In altre parole, è la naturalizzazione forte dell’indagine sull’essere umano a rendere pertinente una metadisciplina che si occupi dell’ambito interdisciplinare descritto. A essere oggetto di studio per il suo carattere nuovo e controverso, quindi, non sarebbe ciò che possiamo fare, ma ciò che sappiamo o che crediamo attendibilmente di sapere.

Infatti, diversamente dalla bioetica (che può ambire a prescrivere o vietare), circa la comprensione di “come siamo” non vi sono possibilità di rimettere il “genio nella lampada”: le conoscenze sul funzionamento della mente, una volta disponibili, dispiegano invariabilmente i loro effetti filosofici e di auto-comprensione dell’essere umano, con le relative conseguenze sociali, politiche, giuridiche, economiche più o meno rilevanti. Questo spiega, tra l’altro come una riflessione sulla neuroetica coinvolga ipso facto un interesse diretto e primario circa le basi e le conseguenze filosofiche delle neuroscienze.

A ciò si lega strettamente il versante complementare, in cui convergono biologia evoluzionistica, psicologia e neuroscienze cognitive, nel quale si va mettendo in discussione la rappresentazione “mentalistica” che abbiamo di noi stessi, ribaltando la concezione intuiva della soggettività come unitaria e accessibile in modo trasparente all’introspezione e la valenza esplicativa e causale della psicologica intenzionale. Non tutto risulta già spiegato su questo versante empirico, lasciando spazio anche all’indagine filosofica in quanto tale.

Ecco allora che “neuroetica” (ove inteso largamente e quindi inclusivo anche di una più ampia filosofia delle neuroscienze) può essere un nome adeguato per una nuova prospettiva di riflessione e di ricerca che non sia esclusivamente legata alle neuroscienze, ma abbia su di esse un focus speciale, ricomprendendo le altre scienze che hanno come proprio oggetto l’essere umano nella sua dimensione naturale, dalla genetica alla psicologia e alle scienze sociali e umane, avendo un legame speciale con la filosofia. La neuroetica si concentra, come accennato, sugli aspetti metodologici, sulla chiarificazione concettuale e l’unificazione delle prospettive particolari e specifiche, analizzando le conseguenze sociali e pragmatiche (per quanto transitorie) delle nuove conoscenze, nonché sugli aspetti metaetici che ne discendono. Per questo, la neuroetica si propone come sovraordinata alle sottodiscipline caratterizzate dal prefisso “neuro”, anche come (meta)disciplina ponte per unire settori di iperspecializzazione.

2. Perché una società scientifica?

Al crescere della ricerca e della riflessione internazionale svolta sotto la denominazione “neuroetica” e al progressivo affacciarsi di esse anche nel nostro Paese, numerosi studiosi hanno partecipato a convegni specialistici, pubblicato articoli e libri che fanno riferimento alla “neuroetica”. Inoltre, la naturalizzazione in chiave “neuro” di molte discipline sembra consigliare una possibilità strutturata di confronto e di coordinamento degli approcci e delle ricerche, in attesa che si stabiliscano anche posizioni accademiche dedicate.

Una società di neuroetica e di filosofia delle neuroscienze può quindi radunare specialisti di diversa formazione – segnatamente, ma non solo: neuroscienziati, scienziati cognitivi, filosofi, psicologi, giuristi, economisti, politologi, studiosi di estetica – e avere le finalità tipiche di una societá scientifica.

3. Obiettivi iniziali e attività

I fondatori della Società, propongono a un più vasto numero di studiosi italiani di promuovere attività che mantengano vitale e produttiva la realtà appena costituita. Si può ipotizzare un congresso a cadenza fissa, seminari virtuali, workshop mirati in sedi varie, una scuola residenziale, preparazione di lezioni da postare su Youtube, eventualmente una rivista o la partecipazione istituzionale alle maggiori riviste internazionali del settore.

Inoltre, si potrebbe pensare alla promozione di una ricerca originale da promuovere con programmi annuali o biennali, che diano origine a volumi o a prodotti scientifici in grado di figurare nel dibattito internazionale ai massimi livelli.

 

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