CONVEGNO 2014 – A VIEW FROM WHICH MIND? THE NEUROETHICS PERSPECTIVE Meetings on Neuroscience and Society, VI Edition

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Nell’immagine:
Michael Gazzaniga e Alberto Oliverio

 

di Alberto Carrara (Socio SINe)

Padova. Uno sguardo da quale mente? La prospettiva neuroetica. È questo il titolo del VI Convegno Scientifico Internazionale di Neuroetica e I° Congresso della Società Italiana di Neuroetica (SINe) che si sta aprendo in questo momento a Padova, presso l’aula Nievo del Palazzo del Bo dell’Università degli Studi di Padova.

Dopo una breve presentazione del prof. Giuseppe Sartori, uno degli organizzatori dell’evento, è seguita l’apertura ufficiale del Convegno: il Magnifico Rettore prof. Giuseppe Zaccaria ha sottolineato nel suo intervento che oramai, essendo già al 6° anno, questo consueto convegno ha acquistato un connotato “tradizionale”, caratterizzandosi come un’esperienza consolidata di una ricca messe di materiali e informazioni nell’ambito nazionale ed internazionale relativi al settore emergente della neuroetica.

Il prof. Zaccaria ha riconosciuto che in questi anni (a partire dal 2009) l’evento  ha richiamato una varietà di personalità scientifiche a livello internazionale che si sono confrontate su questa “piattaforma” accademica a Padova dibattendo in modo particolare quell’ampio settore della neuroetica che considera, secondo la classica distinzione di Adina Roskies, le cosiddette “neuroscienze dell’etica”, la caratterizzazione delle base neurali dell’agire morale.

Il Magnifico Rettore dell’Università di Padova, ha richiamato un parallellismo con una disciplina tradizionale si dagli anni ’60-’70 del secolo scorso: la bioetica.

La neuroetica oggi rappresenta ormai un’etichetta consolidata nel mondo scientifico, con radici anche antiche e profonde, specie nella modernità filosofica, sebbene i suoi confini e il suo statuto siano ancora in via di ulteriore precisazione e definizione.

Una sottolineatura importante – per Zaccaria – è costituita, in ambito neuroetico, dall’interdisciplinarietà. La neuroetica, sin dai suoi inizi “canonici” nel 2002, si è sempre presentata come una “finestra aperta” tra neuroscienze, clinica medica, psichiatria, psicologia, biologia, filosofia, genetica, teoria dell’evoluzione, etc. ed ha voluto rendersi “portavoce” nel problematizzare tematiche sociali importanti: il concetto di libero arbitrio, la definizione di “morte cerebrale”, ect. La neuroetica offre uno “sguardo” ampio e olistico verso la persona umana.

Il dottor Andrea Lavazza, uno dei due organizzatori dell’evento, ha poi illustrato la tematica del convegno e la dinamica di questi tre giorni.

Un dialogo sulla mente estesa, è il titolo dell’intervento (il primo) della sessione mattutina, introdotto da Roberto Mordacci al VI Convegno Scientifico Internazionale di Neuroetica e I° Congresso della Società Italiana di Neuroetica (SINe) Uno sguardo da quale mente? La prospettiva neuroetica che si è aperto mercoledì 13 maggio a Padova, presso l’aula Nievo del Palazzo del Bo dell’Università degli Studi di Padova. L’intervento di Michele Di Francesco può riassumersi così: 1998-2011: l’evoluzione del dibattito sulla mente estesa.

Che cos’è una mente che pensa? Cos’è una mente non separata, come afferma Tommaso d’Aquino nella disputa con gli averroisti?

Il tema dei confini della mente e delle sue strutture rappresenta la questione attuale della mente estesa, argomento speculativo di dibattito in grado di mettere insieme neuroscienze, filosofia, antropologia, epistemologia, etc.

Il prof. Michele Di Francesco, uno dei filosofi della mente italiani più noti, ha approcciato il tema di chi siamo e di cosa facciamo e come lo facciamo, di dove finisce l’io e dove inizia il noi.

Di Francesco ha esordito con un intervento intitolato: The extended mind: conceptual and empirical issues nel quale ha ripercorso l’evoluzione del classico paradigma della mente estesa a partire da Andy Clark.

Clark è professore di filosofia, logica e metafisica presso l’Università di Edinburgo, noto filosofo della mente, è considerato uno degli esponenti preminenti del cosiddetto esternalismo del mentale (si può approfondire le 6 suddivisioni dell’esternalismo del mentale dall’opera della filosofa italiana Maria Cristina Amoretti).

Già dal 1997 Andy Clark aveva sviluppato uno dei filoni (post-classico) della mente estesa, a partire dal modello classico a sandwich (Susan Hurley, 1998), nel quale sottolineava il carattere embedded, contestualizzato, diremmo oggi, incarnato della mente, all’interno di in un contesto sociale-ambientale.

Il testo pubblicato da Clark nel 1998 insieme a David Chalmers può considerarsi un vero e proprio “manifesto” dell’esternalismo del mentale. L’esternalismo del mentale e la scienza cognitiva che da esso si sviluppa si sostiene su due pilastri fondamentali, due concetti che oggigiorno le neuroscienze stanno facendo emergere sempre più (nonostante la loro interpretazione può accogliere diversi paradigmi filosofici, spesso antitetici nei fondamenti, anche se apparentemente identici nelle conclusioni). Questi due concetti chiave sono quelli dell’ embodied e dell’ embedded Mind, cioè della mente umana incarnata e sociale.

Si parla di “esternalismo attivo” volendo sottolineare l’influsso attivo e dinamico del nurture, cioè dell’ambiente, nel condurre e guidare i processi cognitivi.

Di Francesco ha brevemente descritto il classico esperimento mentale noto come “esperimento di Otto e Inga” nel quale si pone in parallelo ciò che è il recupero dell’informazione da un taccuino e il recupero della stessa informazione da parte della mente (al ricordare). Si tratta della discussione filosofica sul supporto materiale della cognizione.

Di Francesco ha, infine, presentato gli argomenti a favore e quelli contrari alla teoria della mente estesa (EM, Extended Mind Theory). Gli argomenti in favore della mente estesa sono, ad esempio, quelli del cosiddetto coupling argument, dell’ exended system e della similarity.

Gli argomenti contro la teoria della mente estesa: sono quelli, ad esempio, sviluppati da Adams & Aizawa e da Rupert. Bisogna precisare, per correttezza, che più che di “teoria della mente estesa”, bisogna parlare al plurale di “teorie della mente estesa”, come ben precisa la Amoretti.

Il secondo intervento di questa prima sessione plenaria, intitolato: Autocontrollo e mente estesa: alcune riflessioni è stato presentato dal dottor Fabio Paglieri, psicologo del CNR di Roma.

Paglieri ha sottolineato il curioso silenzio su autocontrollo e mente estesa: sono pochissime le citazioni che si possono riscontrare in letteratura su questa tematica, tra le quali sono state menzionate quelle di: Heath & Anderson, 2010; Meini 2012; Paglieri 2012; e Vierkant, 2012, 2014.

Per Paglieri le ragioni di questo silenzio hanno un duplice carattere: le ragioni storiche-sociologiche che hanno come bersaglio polemico la visione classica della mente estesa, quella funzionalista e enattivista (percezione-cognizione-azione), che non prende in considerazione il peso di decisione e motivazione.

I motivi politico-antropologici sarebbero da attribuire all’ambito emotivo, all’inquietudine di ammettere influenze esterne su  decisioni e motivazioni alla base delle nostre scelte di vita. Si è sottolineato, infine, il concetto di precommitment che includerebbe ed includerebbe decisione e motivazione nell’autocontrollo dei nostri desideri, anche di quelli indesiderati.

 

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