CONVEGNO 2013 – NEUROETICA: NASCITA DI UNA DISCIPLINA DAI LABORATORI ALLA VITA QUOTIDIANA Incontri su Neuroscienze e Società, V Edizione

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Nell’immagine: Adina Roskies e Andrea Lavazza

di Alberto Carrara (Socio SINe)

Dopo il saluto del Magnifico Rettore, il dottor Andrea Lavazza, uno degli organizzatori e promotori dell’evento, ha apertura i lavori e ringraziato coloro che lo hanno reso possibile.

Questa prima sessione dedicata alle Neuroscienze sociali, è stata moderata dal professor Umberto Castiello dell’Università di Padova.

Il primo intervento, dal titolo: Attitudine prosociale e risposta empatica nelle neuroscienze sociali è stato curato dalla dottoressa Michela Balconi dell’Università Cattolica di Milano. Quest’intervento ha sottolineato l’importanza delle componenti emotive-empatiche sul comportamento prosociale, definito quale azione umana in vista di un beneficio non proprio, ma altrui. Il comportamento prosociale è il mettere in atto, in forma  deliberata  e libera, una condotta in favore dell’altro simile a sé, indipendentemente dal vantaggio personale che ne può derivare. È stato sottolineato come in questi comportamenti intervengano componenti non materiali e psicologiche il cui contesto di riferimento è culturale. Il concetto di prosocialità viene ricondotto al concetto di decisione in ambito morale (inteso quale ambito di condivisione di valori in vista dell’azione da scegliere e intraprendere) e viene correlato e relazionato in letteratura scientifica con concetti quali quelli di empatia ed emozioni.

Dall’esposizione è emerso il ruolo della corteccia laterale prefrontale e del neuropeptide ossitocina (l’ormone dell’attaccamento) all’interno sia dei comportamenti prosociali, che dell’empatia (intesa sia come la capacità di comprendere stati mentali ed emotivi altrui, sia come la capacità di provare le stesse emozioni o stati d’animo di un altro soggetto), sottolineando la problematica della distinzione tra i due epifenomeni.

Ricordo la notorietà che l’ossitocina ha in contesto neuroetico: Patricia Churchland ha fatto di lei la protagonista indiscussa del suo libro: Neurobiologia della morale.

La questione può venir riassunta in questa equazione:

Prosociality = Emphaty ?

Esiste un vero ruolo causale del comportamento prosociale o esso è solo un epifenomeno, prodotto indiretto della condotta empatica-emotiva?

Una serie di esperimenti neuroscientifici evidenziano l’intervento della corteccia prefrontale dorsolaterale che peraltro interviene nei processi empatici. Si dà una mescolanza di componenti: emotivi, empatici e cognitivi.

Insomma, per un filosofo familiarizzato con Aristotele e Tommaso d’Aquino si potrebbe sorridere ed integrare queste conferme ad un’antropologia unitiva, nella quale l’unico soggetto agente, la persona umana, nell’agire impiega una pluralità di componenti: dalle emozioni, al desiderio, delle pulsioni, alle passioni, dalla razionalità alla volontà.

Il secondo intervento è stato quello del professor Stefano Cappa dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, dal titolo: Neuroetica e neuroeconomia. Argomento in sintonia con il convegno che ho organizzato e moderato lo scorso 7 marzo 2013 nel contesto della Settimana Mondiale del Cervello promosso dalla DANA Foundation (Brain Awareness Week) a Roma.

Il professor Cappa ha esordito affermando che: le “neurocose” sono cose serie Inoltre il neuroscienziato milanese ha chiarito che la pretesa che alcuni sostengono che i neuroscienziati vogliano spiegare tutto è assurda. Anche questo rincuora.

Molta della ricerca in ambito neuroeconomico riguarda i processi decisionali a livello cerebrale. Ciò coinvolge: la raccolta delle informazioni, la valutazione delle diverse opzioni, segue la scelta dell’azione e, idealmente ad essa, segue la valutazione dell’esito della scelta. Quest’ambiente ideale fu definito bene dall’economia neo-classica, quella che Cappa ribattezza: il paperus economicus. In ambito neuroeconomico il contributo della componente neuroscientifica rispetto agli studi comportamentali è quello di poter correlare i fenomeni a livello comportamentale con patterns di attivazione a livello cerebrale. Su ciò i ricercatori formulano ipotesi per cercare di comprendere le differenze nelle risposte individuali. Sono stati citati alcuni studi nel settore tra i quali quelli di: Zak et al. 2009, che evidenziano che il testosterone ridurrebbe l’altruismo; Jensen et al. 2007; Singer et al. 2004, sui meccanismi a risonanza o a specchio coinvolti nell’empatia e, in particolare, sull’emozione complessa del rimpianto.

È importante, ha sottolineato il professor Cappa, non condannare a priori gli studi sul cervello. Vanno “condannati” solotanto, oserei dire, gli studi “cattivi” o mal condotti sul cervello. Basti tener presente le recenti evidenze riportate sulla rivista Nature e che riprenderò nei prossimi giorni.

Successivamente, è intervenuto il dottor Eraldo Paulesu dell’Università Milano Bicocca che ha parlato su: Il razzismo implicito per concludere con l’intervento del professor Giuseppe Sartori dell’Università di Padova, uno degli organizzatori e promotori dell’evento, dal titolo: Neuroscienze forensi.

Anche Sartori ha chiarito che non esiste una previsione univoca tra sintoma-struttura cerebrale-comportamento, rincuorando i molti dubbiosi circa un “neurodeterminismo” diffuso.

Nelle conclusioni di oggi è stato accennato al voler proporre, da parte delle neuroscienze, un’altra antropologia, una nuova antropologia.

Il secondo giorno del Convegno di Neuroetica, dal titolo “Neuroetica. Nascita di una disciplina dai laboratori alla vita quotidiana”, aperto ieri alla sua V edizione a Padova, ha esordito questa mattina con una sessione dedicata a tematiche dibattute in ambito neuroetico dal titolo: Debates in Neuroethics.

Questa sessione si è strutturata in due parti. La prima, sul naturalismo (Naturalism), è stata moderata da Stefano Canali, della Sissa di Trieste. Il primo relatore è stato il professor John Bickle della Mississipi State University. Si può leggere in questo link i riferimenti personali di questo conferenzista.

BickleIl professor Bickle ha illustrato la cosiddetta Molecular and Cellular Cognition Theory o MCC Theory. Questa teoria chiaramente eliminativista e di stampo prettamente riduzionistico ha i suoi pregi in campo scientifico e di risultati medici ed approcci terapeutici, come i suoi difetti se resa un assoluto in campo antropologico.

decaro4Il secondo relatore è stato il professor Mario De Caro, dell’Università Roma3. È stato definito il naturalismo quale corrente filosofica che sostiene che nessuna realtà o spiegazione che vada “oltre l’ambito del naturale” debba venir accettata. Il naturalismo scientifico poggia su un principio ontologico particolare, l’assunto che la realtà consiste delle entità che possono venir spiegate con successo dalla scienza. Sotteso a tale visione vi è un postulato epistemologico che assolutizza e rende unica la conoscenza umana: soltanto varrebbe il senso comune empirico, la percezione sensibile è l’unica fonte autentica di conoscenza. Tutte le altre forme di conoscenza, sarebbero vacue o, per lo meno, riconducibili alla conoscenza scientifica.

Ciò fa sorgere un corollario metafilosofico: la filosofia, dal punto di vista ontologico ed epistemologico, dev’essere in linea e in sintonia con la scienza (come affermò il filosofo Quine).

A questo punto viene definito il naturalismo libero o Liberal Naturalism (LN), una sorta di versione meno rigida di naturalismo che accetta l’evidenza che non tutte le realtà possono venir descritte e spiegate in toto dalla scienza. Tale visione accetta che esistano entità la cui natura non può essere completamente spiegata tramite la conoscenza scientifica. Comunque vengono escluse realtà soprannaturali (a priori). Per comprendere tali entità è necessario utilizzare forme di conoscenza diverse, come ad esempio: l’analisi concettuale, le argomentazioni trascendentali, il ragionamento controfattuale, etc. tutte forme di conoscenza compatibili con quella scientifica, ma non riducibili ad essa.

Il corollario metafilosofico che emerge da tale allargamento (o “apertura” della conoscenza umana) riguarda la neutralità della filosofia che mantiene il suo status di disciplina autonoma, sia dal punto di vista ontologico, che metodologico, senza del resto discordante dalla scienza.

Sulla relazione tra filosofia e scienza, il professor De Caro conclude che il naturalismo cosiddetto liberale o Liberal (LN) è una visione filosofica legittima e possibile e sembrerebbe, almeno per ciò che sappiamo fin ora, preferibile al naturalismo scientifico, quello “stretto”.

La seconda parte della sessione sui temi dibattuti in ambito neuroetico ha riguardato l’innatismo (Nativism) ed è stata moderata dal professor Pietro Petrini dell’Università di Pisa.

Due sono state le sessioni: la prima ha trattato la relazione tra etica e biologia, in particolare la neurobiologia. Moderata dal professor Massimo Reichlin dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, la sessione Ethics and Biology è iniziata con l’intervento del professor Michele Di Francesco dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano.

Due sono state le domande affrontate:

  1. Quando e come una decisione morale possa essa spiegata dalle neuroscienze.
  2. Quando e come una decisione morale possa essa giustificata da evidenze biologiche, neuroscientifiche.

Durante la presentazione è stato citato abbondantemente il professor Michael S. Gazzaniga e la sua opera The Ethical Brain (2005, p. 167), come l’ultimo lavoro della filosofa Patricia Churchland, Braintrust (2012).

Sono stati illustrati e discussi classici esempi: The trolly problem, introdotto da Philippa Foot,  The Ultimatum Game, etc. È stato messo in evidenza che spiegazioni antropologiche  (si parla di antropologia culturale in questo caso: fattori culturali, differenze religiose, etc.) sembrano essere più rilevanti rispetto al ruolo delle strutture cerebrali, come ad esempio l’insula anteriore. Questo è stato chiarito dagli studi di Francesco Guala (2008) della MacArthur Fundation.

Emerge l’importanza della psicologia del senso comune e la necessaria correlazione tra livello esplicativo neurobiologico (terza persona) e quello di prima persona, tipico della psicologia del senso comune. Ciò richiede spiegazioni e chiarimenti filosofici profondi.

Vi è perciò la necessità di integrare le evidenze neuroscientifiche all’interno di una cornice più ampia, quella della razionalità che include concetti e realtà come: valori, scelte, etc. non  riducibili a livello neuroscientifico.

La giustificazione di un’azione morale va perciò dalla mente al cervello (goes from mind to brain) più che dal cervello alla mente.

Il secondo intervento di questa prima sessione pomeridiana è stato condotto da Shaun Nichols dell’University of Arizona. Sono state illustrate le linee di pensiero che prendono in considerazione l’approccio biologico alla moralità. Il fondamento biologico del giudizio morale si può trovare in:

  1. Emozioni
  2. Approccio linguistico o analisi linguistica
  3. Probabilità.

Shaun ha sottolineato che nel caso del The trolly problem le emozioni non spiegano il tutto, non spiegano l’intero fenomeno del fatto che noi, come esseri umani, diamo risposte che non seguono il principio utilitaristico. Molti dei nostri ragionamenti non-utilitaristici non sono giudati dalle emozioni.

Perchè facciamo ragionamenti non-utilitaristici nell’agire morale? Perchè abbiamo, come umani, una grammatica morale innata! Questa la conclusione.

La seconda sessione che purtroppo non ho potuto seguire ha trattato l’interessante tema del potenziamento o Enhancement. La sessione, moderata dal professor Vittorio Sironi dell’Università Milano Bicocca, ha coinvolto due relatori: Neil Levy dell’Oxford University, University of Melbourne e Roberto Mordacci dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. Come sempre è seguito un dibattito.

Ultimo giorno del Convegno di Neuroetica, dal titolo “Neuroetica. Nascita di una disciplina dai laboratori alla vita quotidiana”, aperto giovedì 8 maggio alla sua V edizione a Padova. L’unica sessione di quest’oggi ha avuto due parti rilevanti:

Da un lato, la Lectio magistralis di un’esperta neuroeticista: Adina Roskies (Dartmouth College): Cos’è la Neuroetica? Come declinarla? Gli ambiti di neuroetica considerati sono stati i seguenti:

  • Coscienza
  • Applicazioni etiche per questi pazienti in diversi stati alterati di coscienza
  • Giudizio morale
  • Libero arbitrio

Dall’altro lato, la tavola-rotonda moderata dal dottor Andrea Lavazza. Le “voci a confronto” della neuroetica sono state, tra le altre, quelle di: Adina Roskies del Dartmouth College, Vittorio Sironi dell’Università Milano Bicocca, Massimo Reichlin dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano e Raffaella Rumiati della Sissa di Trieste. Tematiche esposte durante la tavola-rotonda: l’analogia tra bioetica e neuroetica e il grande tema dell’interdisciplinarità.

Successivamente è stata presentata la Società Italiana di Neuroetica.

 

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